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“Il medico digitalizzato”. Rischi e potenziali del fenomeno

17 maggio 2018
tempo di lettura: 4 min

da AboutPharma

di Redazione

Sono tanti gli elementi che concorrono a definire la figura del medico digitalizzato. Siti di divulgazione sanitaria e portali di condivisione del sapere scientifico globale. Spazi di confronto tra professionisti e di consulto con i pazienti e motori di ricerca sempre più accurati. Comunicazione multicanale e gestionali e app. L’era digitale ha spalancato potenziali sconfinati di informazione a beneficio degli stessi operatori sanitari. E ha catturato l’attenzione e gli interessi delle aziende farmaceutiche. La “rivoluzione” è già compiuta. Il tempo ragguardevole impiegato dagli specialisti (medici e farmacisti) sui vari canali digitali per la pratica clinica e operativa quotidiana è un dato di fatto. Tuttavia, il dato stesso segnala al contempo un elemento di alto rischio. Quello di “affaticare” il professionista, anziché aiutarlo.

La digitalizzazione ha cambiato il lavoro dei professionisti dell'healthcare, con strumenti pressoché illimitati di informazione e interazione. Fondamentale, però, l'appropriatezza dei canali e dei contenuti, nonché la coscienza dei rischi, elevati, soprattutto del “burnout”, specie tra i medici di base.

Il “medico digitalizzato”, rischi di burnout

Al problema della “fatica digitale”, già introdotto in questa rubrica , è esposto anzitutto il medico. In particolare quello di medicina generale, per la concomitanza di più variabili.

1. Professione “multitasking”. È l’attività stessa del medico a essere sempre più articolata. Tra diagnosi, scelte terapeutiche, oneri amministrativi, responsabilità anche di “controllo di spesa”, pubblica e privata. I nuovi strumenti digitali, di informazione, interazione, consulto e prescrizione, se mal calibrati, possono costituire un aggravio ulteriore, anziché un supporto.

2. I pazienti aumentano, i medici no. In Italia ci sono 4 medici per mille abitanti. Una proporzione in tendenziale declino. Salgono le esigenze di cura legate all’invecchiamento della popolazione. E a invecchiare sono anche i medici, con proiezioni preoccupanti, segnalate dalla Fimmg, su quelli che andranno in pensione nel prossimo decennio. La conseguenza, oltre a possibili “buchi” nel servizio sanitario, è anche quella di attenzioni e tempi sempre più ristretti da poter dedicare a ciascun paziente.

3. Il digitale come “scusa”. C’è un riscontro oramai solido (e messo in atto soprattutto negli Stati Uniti) su quanto il digitale possa essere d’ausilio prezioso per i consulti medici. Specie per i pazienti in difficoltà a recarsi nei loro studi. Il rischio è però che il fenomeno fornisca nuovi alibi ai decisori anziché porre rimedio al depotenziamento numerico della categoria.

4. Overflow digitale. La quantità non è sempre sinonimo di qualità. Anche il professionista, che “sa cercare” e “sa leggere”, può trovarsi rallentato e confuso da un’informazione mal indirizzata o poco appropriata.

5. Perdita dell’“occhio clinico”. L’era digitale può alimentare i rischi di “spersonalizzazione” e “standardizzazione” delle cure. Sin dall’avvento dei primi “scanner”, le tecnologie hanno potenziato l’accuratezza della diagnosi e della terapia. Di fatto, però, hanno distolto l’occhio del medico dal “corpo del paziente” al monitor. Il rischio oggettivo è di svilire gli aspetti empatici e intuitivi, fondamentali nella professione medica.

Facilitare, non “bombardare”

Se la digitalizzazione è una scelta obbligata, lo stesso vale per la qualità. Pena la messa in atto dell’affaticamento di cui accennato sopra. Una buona comunicazione digitale non può quindi fallire in nessuna delle sue determinanti. La multi-canalità permette l’immediatezza dell’accesso all’informazione. Senza considerare la possibilità di diversificarla in funzione del profilo e delle esigenze personali e professionali del singolo. Ai medici si chiede “accuratezza”, “appropriatezza”, e “tempestività” nell’attività diagnostica e prescrittiva.

Tutte prerogative che necessitano di uno strumento operativo funzionale. Ma anche autorevole e facilmente fruibile. In quest’ottica ad esempio si posizionano i gestionali che devono essere pensati e strutturati come strumenti di elezione nella pratica clinica e operativa quotidiana. Accuratezza, appropriatezza, affidabilità, facilità di accesso e di utilizzo devono essere qualità intrinseche al gestionale. Oltre agli aspetti tecnici (prescrizione, gestione della cartella clinica, riordino del farmaco ecc..) deve fornire supporto attraverso strumenti integrati al gestionale stesso. App, messaggeria, alert, approfondimenti scientifici, per citarne alcuni.

Le aziende dovranno ripensare i gestionali

Il valore aggiunto che si richiede alle aziende produttrici è di pensare e costruire i gestionali intorno all’operatore. Partendo da esso, dovranno fornire uno strumento operativo e di approfondimento capace di dare un valore aggiunto al professionista che lo utilizza. Il gestionale diventa quindi il primo riferimento per la gestione della pratica giornaliera. Qui vengono implementati servizi per la gestione di pazienti o della farmacia, approfondimenti su patologie, farmaci ecc… All’interno del gestionale si convogliano in un unico servizio autorevole e certificato quello che di norma si trova su canali frammentati e disparati. Con il rischio di generare il temuto fenomeno del burnout e dell’affaticamento digitale.